Che rapporto hanno oggi i giovani con la storia, i luoghi e il patrimonio culturale della città in cui vivono? Sentono che questo patrimonio appartiene anche a loro?
Sono domande particolarmente importanti in un momento in cui coinvolgere le giovani generazioni nella scoperta e nella valorizzazione del patrimonio culturale richiede nuovi linguaggi, nuovi strumenti e nuove forme di partecipazione. Le moderne tecnologie possono contribuire a rendere la storia più vicina e coinvolgente, ma la sfida va oltre la semplice trasmissione della conoscenza: riguarda il senso di appartenenza, l’inclusione, la cittadinanza attiva e la possibilità per i giovani di contribuire concretamente alla vita culturale e civica delle proprie comunità.
Abbiamo deciso di incontrare Angela Gentile Assessora alle Politiche Giovanili di Portici, città dove opera EDU lab partner italiano del progetto Civic Heritage Quest, per raccontarle gli obiettivi che ci siamo posti e ciò che vogliamo sviluppare attraverso il progetto, ma soprattutto per confrontarci con lei su una questione più ampia: quale ruolo possono avere le istituzioni nel rendere il patrimonio culturale un’esperienza viva, accessibile e significativa per le giovani generazioni.
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Ecco le domande che abbiamo posto e le sue risposte:
Come descriverebbe oggi il rapporto tra i giovani e il patrimonio culturale della propria città? I giovani sentono che la storia e il patrimonio del luogo in cui vivono appartengono loro?
Credo che a Portici abbiamo una grande fortuna. Viviamo in una città nella quale il patrimonio culturale non è qualcosa di distante o confinato in un museo: è parte del tessuto urbano, della nostra identità e della nostra quotidianità. Tutto racconta quanto importante sia stata nella storia del nostro paese. Ma quanto di tutto questo viene percepito dai nostri ragazzi come patrimonio proprio? Non basta che un giovane sappia che un determinato edificio o monumento è importante. Deve riuscire a comprendere che quella storia parla anche di lui. Il patrimonio deve essere percepito non come qualcosa che appartiene al passato ma come uno strumento attraverso il quale i giovani possono leggere il presente ed immaginare il futuro della propria città.
Pensa che i metodi tradizionali di trasmettere il patrimonio culturale di una città siano ancora efficaci per i giovani, oppure abbiamo bisogno di sperimentare nuovi approcci più coinvolgenti?
I metodi tradizionali non vanno assolutamente abbandonati. Una visita guidata, un libro, una lezione, un museo continuano ad avere un valore enorme. Ma dobbiamo affiancare a questi strumenti nuovi linguaggi. Dobbiamo passare dal “venite a vedere” al “venite a vivere, raccontare e trasformare”. Come? Immaginando percorsi nei quali siano i ragazzi stessi ad immedesimarsi nella storia attraverso strumenti e modalità innovative pensati per i giovani e dai giovani. La sfida è fare dialogare memoria e contemporaneità: non conservare semplicemente il patrimonio ma renderlo nuovamente vivo. Questo potrebbe far recuperare una dimensione creativa che potrebbe anche aprire a nuove possibilità lavorative.
Quale ruolo possono avere le nuove tecnologie, lo storytelling e le esperienze interattive che propone il progetto Civic Heritage Quest, nell’aiutare i giovani a scoprire e vivere i luoghi in cui abitano?
Un ruolo molto importante, soprattutto perché possono accorciare la distanza tra un giovane ed un luogo. Una mappa digitale, un contenuto video, una sfida interattiva, possono far emergere una storia che magari attraversiamo ogni giorno senza conoscerla. Ma c’è un aspetto che considero ancora più importante: dobbiamo lasciare che i giovani siano protagonisti. Un giovane che realizza un video sulla propria città, intervista un anziano, ricostruisce una memoria o racconta un monumento attraverso i social sta facendo qualcosa di più che produrre un contenuto, sta costruendo una relazione con il territorio. La tecnologia, quindi, come ponte tra passato e presente.
Il progetto Civic Heritage Quest stimola i giovani a scoprire la storia del luogo in cui vivono. Pensa che questo può aiutarli a sviluppare un senso più forte di appartenenza e di responsabilità nei confronti della propria comunità?
Assolutamente sì! Credo che conoscere la storia del luogo in cui si vive significhi, prima di tutto, capire meglio chi siamo e da dove veniamo. Un territorio non è soltanto uno spazio fisico: è fatto di persone, memoria, tradizioni, trasformazioni e storie che continuano ad influenzare il nostro presente. Per i giovani, riscoprire questa storia può essere un modo per sentirsi parte di qualcosa di più grande. Quando comprendiamo il valore di un luogo, siamo anche più portati a prendercene cura. La conoscenza può quindi diventare responsabilità: conoscere il proprio territorio, i suoi luoghi simbolici, le persone che lo hanno costruito e le difficoltà che ha attraversato, può trasformare il semplice abitare una città nel desiderio di contribuire a migliorarla.
A suo avviso, quale rapporto esiste tra patrimonio culturale e cittadinanza attiva? Conoscere e comprendere il passato può influenzare il modo in cui i giovani partecipano al presente?
Il rapporto è molto stretto. Il patrimonio culturale non deve essere considerato soltanto qualcosa da conservare, ma una risorsa attraverso cui costruire cittadinanza. La cittadinanza attiva nasce quando una persona smette di sentirsi semplice destinataria delle decisioni e comprende di poter contribuire a prenderle, discuterle ed orientarle. Il patrimonio culturale può essere uno straordinario punto di partenza per questo percorso: prendersi cura di un bene, partecipare a un progetto culturale, raccontare la storia del proprio territorio valorizzare un luogo significa già esercitare una forma concreta di cittadinanza.
Cosa possono fare le istituzioni locali per passare dal semplice offrire ai giovani opportunità di partecipazione, al coinvolgerli realmente nella costruzione della vita culturale e civica della propria città?
Questa a mio avviso, è la sfida più importante. Offrire servizi per i giovani non basta, bisogna creare opportunità e condizioni perché i giovani possano esprimere al meglio il loro potenziale. Significa passare da una logica in cui le istituzioni organizzano attività per i giovani a una logica in cui le attività vengono progettate con i giovani. Questo richiede ascolto, continuità e soprattutto fiducia. Penso, ad esempio, a percorsi di co-progettazione. C’è bisogno di costruire un rapporto diverso tra istituzioni e nuove generazioni: meno distanza più ascolto; meno iniziative calate dall’altro; più progettazione condivisa; meno giovani considerati semplicemente destinatari delle politiche; più giovani riconosciuti come protagonisti della comunità.
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Le parole dell’Assessora riportano il tema del patrimonio culturale a una dimensione che va oltre la conservazione del passato. Un patrimonio è davvero vivo quando riesce a entrare in relazione con le persone che abitano un territorio, quando suscita curiosità, crea appartenenza e può diventare occasione di partecipazione soprattutto per le giovani generazioni.
È questa la prospettiva da cui nasce Civic Heritage Quest: sperimentare un modo diverso di incontrare il patrimonio, nel quale i giovani non siano semplicemente spettatori di una storia già raccontata, ma possano esplorarla, interrogarsi su di essa, scoprire ciò che appartiene al loro passato e costruire una propria relazione con i luoghi.
Ritorneremo dall’Assessora con i risultati del progetto, dopo aver dato ai giovani del territorio la possibilità di validarli e di esprimere il proprio punto di vista, mettendo così in pratica quella partecipazione e quel protagonismo giovanile che sono al centro della nostra visione e che l’Assessora auspica.